martedì 25 giugno 2013

Arcipelaghi identitari, teorie queer, LGBT laici e cattolici

Quella che scrivo è la rielaborazione di una risposta a caldo che ho dato ad una persona che ha affermato che, se una persona fa parte sia di un gruppo LGBT laico che di uno religioso, porta interferenze del secondo nella vita del primo; non paga di ciò, ha affermato inoltre che va contro la dignità delle persone LGBT far parte di gruppi filocattolici, almeno finché la chiesa non tratta le persone LGBT come “malati da redimere”.

Credo che sia opportuno cominciare la replica dal fondo: non ha molto senso la locuzione “malati da redimere”, perché se si è malati, si è da curare; se si è da redimere, si è peccatori.

Per chi non si è letto Michel Foucault, riporto un brano di lui che avevo citato in [1]:


Questa nuova caccia alle sessualità periferiche comporta un'incorporazione delle perversioni ed una specificazione nuova degli individui. La sodomia - quella degli antichi diritti civile e canonico - era un tipo particolare di atti vietati; il loro autore ne era soltanto il soggetto giuridico. L'omosessuale del XIX secolo, invece, è diventato un personaggio: un passato, una storia, ed un'infanzia, un carattere, una forma di vita; una morfologia anche, con un'anatomia indiscreta e forse una fisiologia misteriosa. Nulla di quel ch'egli è complessivamente sfugge alla sua sessualità. Essa è presente in lui dappertutto soggiacente a tutti i suoi comportamenti poiché ne è il principio insidioso ed indefinitamente attivo; iscritta senza pudore sul suo volto e sul suo corpo perché è un segreto che si tradisce sempre. Gli è consustanziale più come una natura particolare che come un peccato d'abitudine. Non bisogna dimenticare che la categoria psicologica, psichiatrica e medica dell'omosessualità si è costituita il giorno in cui - il famoso articolo di Westphal del 1870 sulle "sensazioni sessuali contrarie" può essere considerato come data di nascita - è stata caratterizzata piuttosto attraverso una certa qualità della sensibilità sessuale, una certa maniera d'invertire in se stessi l'elemento maschile e femminile, che attraverso un tipo di relazioni sessuali.L'omosessualità è apparsa come una delle figure della sessualità quando è stata ricondotta dalla pratica della sodomia ad una specie di androginia interiore, un ermafroditismo dell'anima. Il sodomita era un recidivo, l'omosessuale ormai è una specie(tratto da La volontà di sapere : Storia della sessualità 1 / Michel Foucault. - 8va edizione. - Milano : Feltrinelli, 2009 // p. 43: - grassetti miei).

In questo brano Foucault descrive il passaggio dal paradigma teologico-morale della sodomia come peccato a quello medico-psichiatrico dell’omosessualità come orientamento. Sono due paradigmi incompatibili, e la chiesa cattolica ne era ben conscia quando ha redatto i §§ 2357-2359 del Catechismo della Chiesa Cattolica (li trovate in [2]), i quali danno un giudizio teologico-morale del fenomeno, e non uno medico.

La minoranza di cattolici che ora propugna in Italia le terapie riparative, proprio ora che i cristiani evangelici e gli ebrei ortodossi in America ormai devono prendere atto che fanno più danno che altro, lo fa senza un’indicazione dottrinale dall’alto. L’infelice prefazione del cardinale Angelo Scola al libro del pessimo medico gesuita chiamato Tony Anatrella non ha il valore di un pronunciamento dottrinale; ed il parroco che invitò Luca di Tolve a parlare a Monteforte d’Alpone mostrava solo la propria ignoranza della materia.

Per quanto riguarda il ruolo di coloro che frequentano un gruppo LGBT cattolico, ce lo spiega molto bene questo brano di Amalia Ziv che si trova in [3]:

Giornalista: “Nel libro lei scrive della prestazione di genere. Non è che tutte le nostre prestazioni di genere, o forse la maggioranza, sono basate su dei modelli oppressivi, o su dei modelli determinati da qualcuno?”
Ziv: “Sì, ma ripeto, possiamo solo lavorare su modelli già esistenti. Con questo collegamento possiamo risalire, ad esempio, alla critica lesbo-femminista delle ‘butch = camioniste’, che afferma che le camioniste riproducono i costrutti oppressivi della mascolinità.
Però, innanzitutto, le camioniste sono donne che si oppongono ai dettati sociali della femminilità e li sfidano in un modo che ha grande visibilità e perciò può anche costare parecchio. Inoltre, quando una donna fa il maschio, non è la stessa cosa di quando un uomo fa il maschio. Cioè, qui si crea qualcosa di diverso, ibrido. Queste sono donne che compiono una revisione non-standard di una norma mascolina. E le revisioni non-standard creano una nuova forma.”
"Revised Standard Version" è la più comune delle traduzioni della Bibbia in lingua inglese; parlando di una "Revised Non-Standard Version", la Ziv allude al fatto che non soltanto le norme di genere, ma anche le norme religiose possano essere rivedute in modo non standard, creando qualcosa di nuovo, e (si spera) meno oppressivo. Judith Butler nel suo ultimo libro "Strade che divergono. Ebraicità e critica del sionismo" parla di come ogni norma etica o religiosa debba essere tradotta per rivolgersi a noi, e di come la traduzione possa caricarla di nuovi significati – e non è una cosa nuova, visto che al proposito vengono citati filosofi come Friedrich Schleiermacher (1768-1834) e Walter Benjamin (1892-1940).

La persona LGBT cattolica non è l’infiltrato della Chiesa nel movimento, od un masochista che coopera alla sua stessa umiliazione (per citare [4]), ma una persona che fa una cosa molto queer (come insegnano Amalia Ziv e Judith Butler), e molto interculturale. Non essendo un esperto di intercultura, devo appoggiarmi a Duccio Demetrio che, in [4], cita lo scrittore libanese Hamid Maluf, ed in particolare questi due brani:

  1. Da quando ho lasciato il Libano, nel 1976, per trasferirmi in Francia, mi è stato chiesto innumerevoli volte, con le migliori intenzioni del mondo, se mi sentissi più francese o più libanese. Prima o poi, a uno straniero questa domanda viene rivolta, e risponde invariabilmente ‘l’uno e l’altro’. Ciò che mi rende come sono e non diverso, è l’esistenza fra due paesi, fra due o tre lingue, fra parecchie tradizioni culturali ed è proprio questo che definisce la mia identità. Sarei più autentico se mi privassi di una parte di me stesso, quindi delle mie vicende, delle mie storie, che si sono compiute al di là del luogo, il Libano in cui sono nato.

Naturalmente l’identità non si suddivide in compartimenti stagni, non si ripartisce né in metà, né in terzi. Non ho parecchie identità, con questo, ne ho una sola fatta di tutti gli elementi che l’hanno plasmata secondo un dosaggio particolare, che non è mai lo stesso da una persona all’altra”.

  1. In ogni uomo e donna si incontrano molteplici appartenenze, che a volte si contrappongono tra loro e lo costringono a scelte penose. Se ciascuno di questi elementi, cosiddetti identitari, può riscontrarsi in un gran numero di individui, non si trova mai la stessa combinazione in due persone diverse. Ed è proprio ciò che fa sì che ogni essere sia unico e insostituibile

Oltretutto, gli elementi identitari che compongono questo “arcipelago” nascono già misti, perché ogni cultura è frutto di ibridazione e patisce o guida la propria evoluzione. La persona religiosa LGBT si trova obbligata a negoziare contrasti tra gli elementi identitari più stridenti rispetto ad altre persone, ma è comunque tenuta a creare un’identità unitaria, ed il modo privilegiato (da Duccio Demetrio e non solo) è attraverso la narrazione autobiografica.

Ogni persona racconta a se stessa ed agli altri quello che è – la Butler che sostiene che il genere è una norma che ogni persona è obbligata a citare per rendersi intelligibile anche a se stessa, ma che può citare in modo non standard (l’esempio più noto, anche se fuorviante per molti lettori, è il drag) per creare uno scarto tra se stessa ed il presunto modello originale, si inserisce nel medesimo filone di pensiero.

Non si è liberi di scegliere la propria narrazione, si può variarne gli elementi o citarli in modo da forzare ed innovare le regole del genere letterario.

In tutto questo stupisce che persone che usano sia all’università che nell’azione culturale, sociale e politica questi strumenti teorici avanzati non siano capaci di applicarli all’esperienza delle persone religiose LGBT; ed anziché combattere le discriminazioni esistenti, ne propugnano di nuove.

Dire che una persona che appartiene a due gruppi LGBT, uno religioso ed uno laico, crea delle interferenze nella vita del secondo, equivale a sostenere che il secondo gruppo deve evitare le persone del primo tipo. Vogliamo tornare ai tempi più bui della storia europea?

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